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   Teatro

 

CRITICA ALL’OPERA "D’ ISTINTO UNA SCENA"

Alessandro Di Lorenzo

 

L’opera di Stefano Di Costanzo rientra a pieno titolo nella drammaturgia del ‘900. Nonostante le origini campane del Di Costanzo, non troviamo nelle sue opere la tradizione teatrale partenopea. D’istinto una scena è, difatti, ben lontano dalle opere di Eduardo De Filippo e dalla loro semplice quotidianità del vivere, da quel neorealismo postbellico di una Napoli alle prese con i suoi più che mai problemi economico-sociali. Stefano riesce in modo del tutto personale a riallacciarsi alla letteratura teatrale europea, attraverso il naturalismo scenografico e il profondo esistenzialismo adorniano. Nel primo atto Fine la descrizione scenografica è data da una scrivania, una libreria, due poltrone e un cavalletto da pittore, il dettaglio architettonico scarno ma sincero riconduce ad i temi ibseniani antiborghesi. La lezione di Ibsen e di Gorge Bernard Shaw riaffiora nella perenne critica al potere e all’americanismo. Così come l’irlandese Shaw, il Di Costanzo critica profondamente e con evidente sdegno tutte le forme del potere, da quello politico a quello religioso, da quello economico a quello dei finti intellettuali pseudo-borghesi.Il sentimento dello sgradevole shawiano si fonde con quello più profondamente espresso da Bertoldt Brecht nella teoria del suo teatro epico. Leggendo, infatti, la piéce di Stefano veniamo assaliti da un sentimento di sdegno per una società ormai al tramonto, immergendoci in un estraneamento del tipo anni trenta di una Dreigroschenopera o di una Mutter Courage, dove tutte le illusioni perdono il loro velo misterioso, donandoci la realistica visione di un mondo che vive con le sole regole materialistiche ed economiche. Alla tradizionale e locale piéce bien fait o well made play, D’Istinto una scena espone una letteratura teatrale dell’assurdo, beckettianamente intesa quale espressione del non-essere come unica realtà esistente. L’ateismo di Stefano è però ricco di valori antropologici, che conducono il lettore ad un’attenta rivisitazione dei suoi valori originari. L’atto finale La Porta conclude l’opera nel degno filone anni ’70 di Harold Printer, dove i personaggi sono chiusi nei loro piccoli spazi per difendersi dall’ignoto, da tutto ciò che vi è al di là della porta, in un surrealismo moralistico quale unica fonte di verità assoluta. Lo scurrile ed il sesso del tipo Carmelo Bene nella piéce del Di Costanzo non è solo esibizionismo ma contiene in sé una matrice salvifica con la quale gli uomini ritornano ai loro istinti primordiali, privi d’ogni sovrastruttura etico-sociale. Tutto ciò potrebbe far pensare che l’autore sia partito da idee politiche anarco-comuniste, ma l’apoliticità di Stefano rende il libro ancora più autenticamente obiettivo, in quanto le conclusioni antiborghesi sono prive anche del condizionamento politico di stampo marxista. In fine in quest’opera l’autore si è svuotato di tutto raggiungendo quella parte più intima di sé, che rifiuta categoricamente i compromessi storici ed è fiera del suo isolamento culturale in una società ormai priva di logici punti di riferimento.